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Territorio

La storia di Caldonazzo

di Giovedì, 03 Aprile 2014 - Ultima modifica: Martedì, 16 Dicembre 2014
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La zona fu abitata in modo più o meno stabile da popolazioni di Euganei e di Illiri, che facevano i pastori e durante l'inverno scendevano al piano, abitando in capanne. Sorsero così masi isolati o piccolissimi nuclei, dai quali in seguito si svilupparono i villaggi. 

Il territorio fu quindi raggiunto dai Romani e dopo la battaglia di Azio entrò a far parte della decima regione italica. Un cimitero romano, infatti, scoperto vicino alla stazione, rivelò resti di fibule, lucerne, monete e vasi. Monete si rinvennero anche in altre parti del paese, ai Ronchi e sul colle di Brenta, dove fu pure scoperto un frammento di lapide cristiana, probabile coperchio di un sarcofago, databile tra il IV e il VI secolo d.C.

Sicuramente anche le popolazioni barbariche lasciarono qui i segni del loro passaggio (nella piazza del municipio fu trovata anche una moneta dell'epoca di Carlo Magno), ma bisogna attendere il XII secolo per avere in mano i primi documenti sicuri, dove il paese è citato col nome Caldonazo.

Nel 1027 Corrado II il Salico aveva affidato il potere temporale della Valsugana fino a Novaledo al vescovo di Trento. E il vescovo, agli inizi del 1100, aveva affidato in feudo Caldonazzo, che era già una comunità, a un fedele dell'imperatore Enrico V.

In quel tempo ai masi sparsi sulla montagna andavano ad aggiungersi quattro nuclei di case sul piano, che formavano il paese. Erano la Polla, i Geimini, gli Urbanelli e gli Iseppi, che si trovavano ai piedi del monte Rive. Ma già allora, come in seguito, la gente doveva combattere con la furia del torrente Centa, che spesso dilagava e distruggeva ogni cosa.

Il paese andò un po' alla volta allargandosi, aggiungendo nuove case ai primi nuclei.

Fu proprio all'inizio del 1200 che i signori di Caldonazzo, Geremia e Alberto, pensarono di costruirsi il castello in quella parte del monte Rive dove erano sorte le case; il permesso fu dato nel 1201 dal vescovo Corrado di Beseno, dopo che tra lui e i signori era stata messa una pietra sopra la questione delle terre. La lite infatti era andata avanti cinque anni, finché cinque arbitri riuniti a Pergine convennero che la terra sarebbe andata al vescovo, il quale a sua volta ne avrebbe investito i signori di Caldonazzo.

Il castello nuovo (da questo momento i signori saranno indifferentemente chiamati di Caldonazzo o di Castronovo) si congiungeva con una strada alle case della Polla. Ai Signori appartenevano i boschi e le campagne fin verso Lavarone e Vattaro e così anche la terza parte del lago. La pesca nei rivi e nel torrenti era loro riserva. Poco tempo dopo, però, divenuto signore Guglielmo di Caldonazzo, tutto il territorio venne saccheggiato dai vassalli ribelli, capeggiati dal conti d'Arco, che approfittarono dell'assenza del vescovo Federico Vanga, recatosi a Roma per l'incoronazione dell'imperatore Ottone IV. Ma le forze del vescovo ebbero la meglio e una parte della montagna verso Centa, in contestazione tra Vigolo e Folgaria, venne dal vescovo comperata per farla dissodare e far nascere campi e masi là dove prima erano i boschi (1210). Da queste fattorie nacquero i « Masi alti » di Centa, che avevano diritto di pascolo invernale a Brenta e a Caorso.

Intanto la potenza dei Castronovo aumentava: verso il 1220 Corrado viene investito di Castel Selva. Nel 1257 Geremia aveva in feudo, oltre al castello di Caldonazzo, anche una parte del lago (che allora si chiamava di S. Cristoforo). Alla fine del secolo Enrico riceverà in feudo castel Brenta.

Ma i castelli crollarono ben presto sotto l'urto degli uomini comandati da Ezzelíno da Romano, che nel 1256 puntarono su Trento per punire il podestà e il vescovo ribellatisi all'imperatore Federico II.

Nell'alta Valsugana gli armati trovarono appoggio in due possidenti della zona. La difesa delle terre e dei castelli da parte dei signori, vassalli del vescovo, non servi a nulla; solo il castello sul monte Rive non subì l'urto delle armate, che passarono più lontano.

La Regola di Caldonazzo

Un documento di quegli anni (1260) parla di Caldonazzo come di una Regola, della quale facevano parte Calceranica, Pieve Caorso, alcuni masi sul monte Rive e sul colle di Brenta. Il tutto formava una comunità. La Regola tutela soprattutto i confini sul versante di Vigolo, di Vattaro, di Bosentino e di Levico. Esiste un sindaco maggiore con un Consiglio di 12 uomini (come a Pergine) e un regolano con prime funzioni di giudice di pace. La Regola generale si convocava il 25 aprile sulla via Comune, presso la casa di un certo signor Gennaro e ciò durò fíno all'epoca di Napoleone. Il regolano abitava anticamente nel quartiere della Polla. Ogni villaggio aveva a capo un gastaldo, nominato durante la Regola dei capifamiglia (si può dire che i gastaldi formassero il corrispondente della giunta comunale). Esiste uno statuto di Caldonazzo che è del 1657, e in esso sono state riprese leggi molto antiche.

Agli inizi del 1300 il territorio era molto esteso: dal mulino di Centa fin quasi a Tenna sul colle di Brenta. l quattro figli di Geremia si erano così divisi i possedimenti: Siccone I possedeva la giurisdizione di Caldonazzo, con Lavarone, Centa, Caorso, Calceranica (più tardi anche Brenta) e Palù in val dei Mocheni, dove erano giunti minatori tedeschi favoriti appunto dai signori di Caldonazzo, in accordo con Federico d'Austria.

Rambaldo si trovava a castel Telvana ed era feudatario di Borgo.

Nicolò si trovava a castel Tesobo ed era feudatario di Roncegno.

Blagio si trovava a castel d'Ivano e aveva possedimenti nella bassa Valsugana.

Certo la figura più nota, quella che più colpì la fantasia dei posteri, fu quella di Siccone. Egli in pochi anni riuscì a impadronirsi anche di castel Brenta, (che era stato costruito dai Longobardi verso il '600 per difendersi dai Franchi e dagli Alemanni) e si imparentò in seguito col feudatario di Telve. Altre terre comperò tra Borgo e Levico e tra Pergine e Civezzano.

Verso il 1330 cominciarono in Valsugana le incursioni de gli Scaligeri, un tempo amici di Siccone ma divenuti in seguito suoi avversari. La guerra terminò nel 1339, ma l'anno dopo scoppio una rivolta contro il vescovo di Trento Nicolò di Bruna, il quale non approvava le nozze tra Lodovico di Brandeburgo e Margherita Maultasch contessa del Tirolo.

Tra i rivoltosi c'era anche Siccone, e il vescovo lo punisce privandolo prima di castel Selva e poi della giurisdizione su Bosentino e Vattaro.

Siccone sarà a fianco del brandeburghese anche qualche anno più tardi quando Lodovico, morto il vescovo, volle occupare il principato vescovile. Fu appunto Siccone a far entrare le truppe imperiali a tradimento nella città. Truppe che si diressero quindi verso il castello di Pergine, da dove il suo capitano, con l'aiuto di Giacomo da Carrara, le respinse. Lodovico chiese una terza volta l'aiuto di Siccone nel 1356, per scacciare i Carraresi da Pergine: egli espugnò il castello e li cacciò.

Siccone muore verso il 1360, lasciando due femmine e un maschio, figlio illegittimo, che sarà poi costretto a cedere la sua eredità al cugino Siccone II, il quale si stabilisce nel castello di Caldonazzo.

La questione dei pascoli

Nel 1381 la conca di Vezzena - Monterovere diventa fonte di discordie con il vicentino, perché i pastori veneti fanno pascolare le bestie sui prati di Caldonazzo: perciò vengono imprigionati. Gli Scaligeri, signori di Vicenza, inviano a loro volta un esercito a devastare il paese. Le beghe continuano e Siccone occupa due paesi nel vicentino. Allora gli Scaligeri devastano un'altra volta Caldonazzo con i suoi due castelli della Polla e del monte Rive, dove rimase soltanto una torre che sarà poi distrutta durante la prima guerra mondiale dagli austriaci.

Troviamo ancora Siccone II, dopo che era stato fatto prigioniero dal capitano di castel Pergine per ordine del vescovo di Trento e successivamente liberato dietro pagamento di una forte somma, accanto a Rodolfo Belenzani, che nel 1407 si era messo a capo di una rivolta popolare. Ma la cosa si smonta ben presto perché alla fine dell'anno il duca d'Austria Federico Tascavuota ordina che il Belenzani sia arrestato.

L'anno seguente Siccone Il muore e le giurisdizioni passarono a suo figlio Giacomo, inviso all'Austria. Così Giacomo, per mettersi le spalle al sicuro, chiese l'appoggio della repubblica di Venezia (1410), che però non intervenne. Interviene invece Federico Tascavuota, che assedia i castelli dei signori di Caldonazzo (Caldonazzo, castel Telvana, castel Ivano), espugnandoli: la giurisdizione passa al duca, che insedia nei castelli capitani di sua fiducia (nel 1412 a Caldonazzo è capitano Baldassare Thun).

Nel 1424 Federico viene investito dal vescovo di Trento del feudo di Caldonazzo, che comprendeva anche parte del monte di Lavarone, del monte di Centa e di Vattaro e la zona verso il maso alla Costa.

Il figlio di Federico, Sigismondo d'Austria, cede nel 1461 il feudo a Giacomo Trapp per 8.600 fiorini. La famiglia compra anche castel Ivano e ottiene castel Selva e nel 1470 ebbe anche la giurisdizione di Besenello e Folgaria.

Le controversie con i principi vescovi si trascinarono fino al 1523, anno in cui Bernardo Clesio concesse l'investitura ai fratelli Giacomo, Giorgio e Carlo Trapp; e alla famiglia rimase fino all'inizio del XIX secolo.

Carlo fu anche nominato commissario del Clesio per tutta la zona in occasione della guerra rustica: da Pergine a Strigno furono in quel tempo gran retate di ribelli e molte teste saltarono.

La peste e il colera

Sotto la dinastia dei Trapp, Caldonazzo ebbe vita abbastanza tranquilla, anche se non poche volte si trovò a dover affrontare le conseguenze di flagelli terribili come le alluvioni del Centa o le epidemie di peste e di colera; tuttavia da quella famosa di manzoniana memoria rimase miracolosamente immune.

All'inizio del 1700 la zona dovette sopportare il passaggio e la distruzione delle truppe francesi che combattevano nella guerra di successione spagnola. Tuttavia l'economia non ne risentì e si rinforzò anzi con l'allevamento del baco da seta, la produzione di vino e canapa e l'intensificarsi dell'agricoltura. Vennero anche segnati allora definitivamente i confini con Lavarone.

Per i secoli che seguirono la storia di Caldonazzo fu storia comune a tutta la valle: dopo il giuramento di fedeltà alla repubblica francese, che cancellò il principato del vescovo, il campo tornò ad essere libero al dominio del Tirolo; e quindi dalla Baviera al regno italico, dal governo austriaco all'Italia, dopo il sacrificio della prima guerra mondiale.

Le alluvioni del Centa

Per tutta la prima metà del 1700 il Centa fu oggetto di allarme continuo; le terribili alluvioni del 1748 e del 1750 distrussero per gran parte il paese di Caorso, ai piedi del monte Cimone. Fu a questo punto che nacque un'idea assai coraggiosa: abbandonare completa- mente Caorso, fare una stima delle case e per la cifra corrispondente ricostruirle sulla contrada nuova a Caldonazzo, fino al primo piano. A sopraelevarle ci avrebbero poi eventualmente pensato i proprietari. Così il 17 maggio 1758 tutto il villaggio venne abbandonato.

Il paese poteva vantare un'antichissima origine e qualcuno, anziché accontentarsi, per spiegarne il nome, della comoda interpretazione di « casa dell'orso » basandosi sul fatto che fino in tempi assai recenti (1800) gli orsi scendevano a valle durante l'inverno, pensa che esso stia ad indicare il luogo dove « Il pastore comunale radunava le capre da avviare ai pascoli montani

In quel tempo a Caorso c'erano 41 famiglie e il Comune, per costruire le case nuove, chiese in prestito mille ragnesi.

In quel tempo a Caorso c'erano 41 famiglie e il Comune, per costruire le case nuove, chiese in prestito mille ragnesi.

Il Centa scorreva tra il castello di Caldonazzo e Caorso. La prima casa del paese era il molino del Tomete. Da qui scendeva a protezione del Centa un argine in muratura, che costringeva il torrente verso la collina dei Ronchi, ma le alluvioni rialzarono continuamente il piano della campagna circostante. Si giunse pertanto all'impresa del 1758, appoggiata dal capitano del paese, Pietro Tamanini (che era anche il proprietario della miniera di Calceranica). Nacque così la Via delle “Case Nuove” che dal Municipio corre in linea retta verso Levico.

Ma il Centa inondazioni ne regaló ancora al paese (fino al 1821, quando fu portata a termine la definitiva sistemazione degli argini, su progetto dell'ing. Bossi); anche le paludi vennero quindi bonificate. Ció non toglie che il paese se ne stesse tranquillo da ogni evento: è infatti del 1788 un furioso incendio alimentato dalla tramontana, che semino il terrore fra la popolazione.